Mediterraneo | 21

Amorando | Isola di Favignana

Quella di spalle è promessa al picciotto che indossa una maglietta nera, il più alto dei quattro: ha un’aria sorniona che piace alle ragazze. Più tardi, come ogni sera da quando è finita la scuola, il picciotto e quella di spalle percorreranno insieme la strada che conduce al cortile di lei, vicino alla casa circondariale. Il primo da destra piace a quella di profilo, coi jeans. Anche lui sembra esserne attratto, così la fissa oltre il lampione. Qualche volta agita l’avambraccio sinistro verso l’alto, come per allentare la presa d’un vistoso orologio che gli stringe il polso: racconta di averlo trovato a Punta Sottile, dopo il faro, ma nessuno gli crede. Si dice anche della scappatella con una francese a Scalo Cavallo, dove si fanno i tuffi da otto metri. Quella di profilo non immagina che la stretta delle sue braccia, il bacio che la stordirà. La ragazza con i fuseaux neri lacerati sopra il ginocchio andrebbe a genio al secondo da destra, se una volta soltanto si degnasse di rivolgergli lo sguardo. Quando s’incontrano, per lui, è batticuore. Gli basterebbe solo una sbirciata per sapersi innamorato. Da settembre lei frequenterà il liceo classico Leonardo Ximenes, a Trapani, mentre lui fa il mozzo da Michele, un tonnaroto che, dopo vent’anni di mattanze, adesso porta i turisti in barca: tredici metri e cinquecento cavalli. Nonostante queste misure, però, nemmeno un’occhiata. È l’unico a guardare in macchina, come in cerca di uno spunto esteriore. Impensabile che possa essere ricambiato, eppure la ragazza con i fuseaux neri tiene in serbo tutte le attenzioni, incluse le sue. La fimmina che ha lanciato la palla ha le unghie colorate, come la t-shirt del quarto da destra. Sarebbe capitata a lui la sfera rossa che sta tingendo anche l’aria. A lui, ancora, l’invito al viaggio nella caverna. Il quarto, tuttavia, muove da un avverso genoma: debole di carattere e malfermo nelle decisioni. A lei, audace, toccherà in sorte un maschio più forte. I siciliani chiamano viaggiu d’amuri  il transito dei tonni che da Gibilterra si spaccano il petto sugli scogli del Mediterraneo per deporre le uova. Graziano Spinosi

Mediterraneo | 12

Alimnià · Interno della caserma

Un’isola disabitata del Dodecanneso meridionale. Poche capre selvatiche, rapaci, lucertole con la coda turchese e ciò che rimane di una base militare italiana: caserma, polveriera, foresteria, due minuscole chiese. In un silenzio corposo, tra i ruderi, sopravvivono oggetti e impronte: brande, sedie, stoviglie, ossa di animali, una campana sbeccata, scritte e disegni sui muri. Uno di questi, ben conservato dall’ombra, raffigura una nave militare. La sua carena affonda in qualche pennellata di blu cobalto. Il cacciatorpediniere ha la prua diretta a levante, fila rapido verso il sole che sorge alla conquista di chissà quale lembo di terra. Il bisogno di dominanza ha sempre spinto l’uomo alla conquista di regioni e forme di vita lontanissime. Se il comandante non fosse morto con la sua ciurma, questo naviglio dipinto sarebbe forse riuscito nell’impresa. Talvolta, nei poveri resti d’una vita passata, la manifestazione del sacro. Graziano Spinosi

Mediterraneo | 11

Isola di Santorini

Quando non si vede più terraferma, per mare, l’orizzonte è una linea circolare senza principio né fine. Si tratta di spazio, ma la suggestione è quella di un tempo slegato dal tempo, come nei sogni. Navigare è attraversare un vuoto: l’assenza di punti noti rende tutto immateriale, il silenzio scava i corpi fino a occuparli. Poi di nuovo la terraferma, forse l’unica terraferma che abbia mai conosciuto. I Greci chiamano fàros il faro e mamà la madre. Da loro ho imparato anche sigà sigà: piano piano, con più calma. Graziano Spinosi

Mari

Mare Adriatico

Si possono percorrere miglia e miglia senza spostare di un solo grado il proprio asse ontologico oppure viaggiare lontano, rimanendo immobili. Il viaggio non è un moto, piuttosto un attraversamento. Si viaggia sempre dentro se stessi. Forse sarebbe più avventuroso viaggiare per sottrazione, cercando varchi nel silenzio, verso l’intangibile. Graziano Spinosi

San Domenico

Festa dei serpari · San Domenico

Un rito arcaico che sorprende per la presenza dei serpenti. Dall’alba del primo giorno di maggio, le strade di Cocullo sono occupate da migliaia di serpenti e da una folla che li stringe fra le mani e intorno al collo. Serpenti da ogni parte, sottratti prematuramente al Santo Letargo: bisce tolte alle loro tane, pane con le patate, giovani spose e confetti. A mezzogiorno, pencolando, San Domenico è accompagnato in processione per le vie del paese. Tutti vogliono vederlo, tutti vogliono toccarlo. Quando viene riposto, il suo corpo ritorna statua: allora è pago, il santo, baciato dalle serpi. Graziano Spinosi


Si rinnova ogni anno, il primo giorno del mese di maggio, a Cocullo (AQ) la pittoresca processione dei serpari, conosciuta anche come la più pagana fra i riti cristiani, in onore di San Domenico patrono del paese, che protegge contro il morso dei serpenti e che ha il potere di guarire le malattie dei denti. Dopo la funzione religiosa in Chiesa, il santo viene portato in processione ricoperto di serpenti vivi (ovviamente non velenosi) e con il manto che via via viene ricoperto di gioielli e dollari appesi dagli emigranti che tornano in questo paese per la “festa dei serpari”. Il corteo è preceduto dal clero e da ragazze in costume che recano “ciambelli” dolci tipici che vengono preparati per la ricorrenza. Serpenti vivi sono attorcigliati anche attorno al collo e alle braccia dei serpari e dei fedeli che sfilano lentamente cantando tra due ali di folla. Quando a mezzogiorno esce la processione per gli abitanti di Cocullo è il momento della verità grave: dal comportamento delle serpi si ricavano i più disparati auspici: se le serpi muovendosi lentamente, si avvolgono intorno alla testa del Santo, allora è buon segno e la folla applaude contenta; se invece le serpi si dirigono verso le braccia disertando la testa allora la fantasia popolare galoppa e ognuno dà una propria lettura all’accaduto.

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