Faber

Gabriel von Max  ·  Autoritratto con scimmia  ·  1910

Eravamo figli della classe media di un paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita. Non eravamo né poveri né ricchi, non rimpiangevamo l’aristocrazia, non coltivavamo sogni utopici e la democrazia ci era ormai indifferente. I nostri genitori avevano lavorato, ma mai al di fuori di uffici, scuole, poste, ospedali, amministrazioni. I nostri padri non portavano né tuta né cravatta, le nostre madri né grembiule ne tailleur. Eravamo stati educati e formati da libri, film, canzoni – dalla promessa di diventare individui. Credo che avessimo il diritto di aspettarci una vita diversa. Abbiamo studiato, abbiamo imparato a rispettare l’arte e gli artisti, ad amare l’intraprendenza che crea qualcosa di nuovo, ma anche a sognare, a passeggiare, ad apprezzare il tempo libero, a credere che tutti saremmo potuti diventare dei geni, disprezzando la stupidità, detestando come da copione la dittatura e l’ordine costituito. Ma per guadagnarci da vivere come tutti gli altri, una volta adulti, abbiamo capito che non si sarebbe mai trattato d’altro che di mettersi in riga e lavorare. Abbiamo subito la società come una promessa due volte infranta. Alcuni ci hanno fatto l’abitudine, altri non sono mai riusciti a sopportarlo. Tristan Garcia · Faber

Capricorno delle case

Hylotrupes bajulus | Capricorno delle case

Un essere stanziale, operoso e introverso. Nato nella vena d’un albero morto, fin dai primi istanti di vita
adegua i suoi movimenti al breve territorio che gli è stato assegnato.
Nell’attesa di una metamorfosi, trascorre gran parte
della sua esistenza in forma larvale,
ricoverato nelle fistole che
scava sottopelle.
Al buio.

Graziano Spinosi

Scimmie di mare

Disegno di un figlio di Darwin sopra una pagina del manoscritto The Origin of Species

Un giorno le scimmie penseranno di discendere dall’uomo.

Graziano Spinosi
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Ognuno di noi, ogni essere umano che oggi abiti il pianeta, reca effettivamente dentro di sé la storia immarcescibile della vita fin dal momento in cui essa ebbe inizio. È una storia scritta nei tessuti e nelle ossa, in funzioni e organi, nelle cellule cerebrali e nello spirito, in tutta una serie di bisogni ed impulsi atavici che attengono tanto al mondo fisico che a quello psichico. Un tempo, caro lettore, tu ed io eravamo simili ai pesci e dal mare siamo usciti, strisciando, alla conquista della terraferma nel cui seno ci troviamo ora. Abbiamo ancora sul corpo i segni del mare e così quelli del serpente, prima che il serpente diventasse il serpente e noi diventassimo noi, quando pre-uomo e pre-serpente erano una cosa sola. Un tempo abbiamo volato nell’aria, un tempo abbiamo vissuto sugli alberi, atterriti dal buio. Di tutto ciò restano le tracce, incise su ognuno di noi, incise nel nostro seme, e resteranno finché non avrà fine la nostra vita sulla terra. Jack London · Il vagabondo delle stelle

 

Il medico di famiglia

Gabriel Cornelius Von Max · Scimmie come critici d’arte · 1889 · Nuova Pinacoteca · Munich

Come molti bambini avevo paura del dottore. Mi spaventava la sua postura severa, l’odore di fenolo, l’ampia corporatura. M’inquietava anche lo stetoscopio che ciondolava dalla tasca del camice – una biscia nera addomesticata. Crescendo, ho compreso che il medico di famiglia teneva questo comportamento a causa della convinzione, assai diffusa a quei tempi, che ai bimbi si dovesse sorridere il meno possibile. Ciò nonostante, il ricordo di quel medico ravviva il teatrino di figure della mia infanzia. Per ragioni che immagino diverse, ma capaci di provocare portamenti ugualmente severi, non mi è ancora capitato d’incrociare un critico d’arte capace di sorridere con spontaneità. Può accadere, dopo l’incontro con taluni dottori, d’avere dinanzi a sé, grossolana come una colpa, solo la parte peggiore di sé. Graziano Spinosi

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La critica, in Italia, vale quanto tutto il rimanente. Che importa che i critici siano tanti? Si sa: gl’italiani traversano un infelicissimo quarto d’ora. La leggerezza, l’incapacità, l’ignoranza, la scipitaggine regnano, sovrane quasi assolute, su questa terra altre volte frequentata dalle muse e benedetta da Apollo. La critica, quanto a sé, suole furiosamente reclutare i propri militi fra coloro che, assaggiati tutti i mestieri, si sono mostrati inidonei a ogni altro lavoro. Critica, refugium peccatorum. Ambiguo è il volto di questa dea asciutta e senza cuore. In sostanza, che cos’è la critica? Secondo ragione, la critica dovrebbe sedere anche più in alto delle arti, e in certo modo contenerle in sé. Allora solamente essa potrebbe riuscire feconda alle arti, promuoverle, guidarle. Ma esempi di una critica siffatta, non se ne trovano se non pochissimi in tutto il corso della storia. Per il rimanente, la critica è, siccome oggi vediamo, vacuo chiacchierìo di gente oziosa, vanesia e ignorante. Vuole la mala sorte di questa infelicissima epoca, che i frutti di chi lavora con fatica e pazienza tenacissime, sieno esposti quindi a questo gracchiante consesso di cornacchie ammaestrate. Alberto Savinio · La nascita di Venere

Stagioni

Artavazd Pelechian · The Seasons of the Year · 1971

Durante la transumanza uomini e animali convivevano per necessità reciproca, compiendo un viaggio per la sussistenza. Dalle valli ai monti e dai monti al mare: interminabili giorni di cammino lungo impervi sentieri, fra secoli e generazioni. Le pecore portavano i lupi, gli uomini le superstizioni. Colpisce la natura dura di questo lavoro, profondamente radicato in una tradizione millenaria. Come i pescatori che lasciano casa e partono per mare, i pastori si separavano dai loro affetti e si recavano lontano, in  una specie di confino antropologico e sessuale. In qualche parte più povera del mondo, questa tradizione è ancora viva come un tempo. Altrove, camion carichi di povere bestie percorrono vie asfaltate. Non si vedono più fate, lungo le strade dei pastori. Graziano Spinosi

San Domenico

Festa dei serpari · San Domenico

Un rito arcaico che sorprende per la presenza dei serpenti. Dall’alba del primo giorno di maggio, le strade di Cocullo sono occupate da migliaia di serpenti e da una folla che li stringe fra le mani e intorno al collo. Serpenti da ogni parte, sottratti prematuramente al Santo Letargo: bisce tolte alle loro tane, pane con le patate, giovani spose e confetti. A mezzogiorno, pencolando, San Domenico è accompagnato in processione per le vie del paese. Tutti vogliono vederlo, tutti vogliono toccarlo. Quando viene riposto, il suo corpo ritorna statua: allora è pago, il santo, baciato dalle serpi. Graziano Spinosi


Si rinnova ogni anno, il primo giorno del mese di maggio, a Cocullo (AQ) la pittoresca processione dei serpari, conosciuta anche come la più pagana fra i riti cristiani, in onore di San Domenico patrono del paese, che protegge contro il morso dei serpenti e che ha il potere di guarire le malattie dei denti. Dopo la funzione religiosa in Chiesa, il santo viene portato in processione ricoperto di serpenti vivi (ovviamente non velenosi) e con il manto che via via viene ricoperto di gioielli e dollari appesi dagli emigranti che tornano in questo paese per la “festa dei serpari”. Il corteo è preceduto dal clero e da ragazze in costume che recano “ciambelli” dolci tipici che vengono preparati per la ricorrenza. Serpenti vivi sono attorcigliati anche attorno al collo e alle braccia dei serpari e dei fedeli che sfilano lentamente cantando tra due ali di folla. Quando a mezzogiorno esce la processione per gli abitanti di Cocullo è il momento della verità grave: dal comportamento delle serpi si ricavano i più disparati auspici: se le serpi muovendosi lentamente, si avvolgono intorno alla testa del Santo, allora è buon segno e la folla applaude contenta; se invece le serpi si dirigono verso le braccia disertando la testa allora la fantasia popolare galoppa e ognuno dà una propria lettura all’accaduto.

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