Dal cielo

Un affabulatore Giotto, come Dante. Ambedue hanno cantato il cielo con le sue storie, profetizzando la luce dell’Umanesimo. I secoli e i terremoti hanno corroso il cobalto e dalle crepe degli affreschi di Assisi si spande un aroma di muschio: è fragranza di minerali,  animali, angeli e demoni alati, corpi astrali, araldi dispensatori di santità – la santità è un vizio del cielo, scriveva Cioran. E Francesco, il più caparbio tra i santi, del cielo è sostanza. Benché i dipinti evochino le sue parabole antiche, pare che tutto accada in un presente ancora intatto. Graziano Spinosi

Giotto is a narrator, like Dante. Both have written in heaven the facts of the earth. Centuries and heartquakes have corroded cobalt and a fragrance of musk spreads through the cracks: it is an aroma of animals, winged angels and demons, astral bodies and herlds dispensers of holiness – the holiness is a vice of the heaven, Cioran wrote. And Francis, the most stubborn among the saints, is substance of the heaven. Although the frescoes raise his parables it seems that all happens in a still intact instant. Graziano Spinosi

Anonimo

Anonimo · Autoritratto a ventidue anni · 1740 ca · Tate · London

Si potrebbe immaginare una storia dell’arte attraverso la sola rappresentazione del cielo nei secoli. O degli alberi: quieti nel Quattrocento e agitati dalla tramontana in epoca romantica. Benché lungamente costretti alla raffigurazione dei santi e delle loro bravate, gli artisti, attraverso le opere, lasciano traccia del loro tempo. Se Piero della Francesca avesse dipinto solamente gatti, nei suoi affreschi avremmo rinvenuto lo stesso resoconto sulla divina proporzione. Il modo, dunque, non l’argomento. Negli autoritratti, diversamente, l’identità del corpo è sostanziale, l’opera ne certifica la conformità. Per noi che guardiamo, una domanda, un monito, talvolta una smorfia di dolore. Come se gli autori avessero consegnato ai posteri la nostalgia di un tempo dopo il loro, la supplica di una consolazione perpetua. Graziano Spinosi

You might imagine a history of art solely through the representation of the sky. Or of trees through the centuries: still in the fifteenth century, and shaken by the north wind of the Romantic era. Although long forced to depict the saints and their acts of bravado, the artists, through their works, leave traces of time. If Piero della Francesca had painted only cats, in his frescoes we would have found the same account of the divina proportione. The mode, therefore, not the theme. In self-portraits, conversely, the identity of the body is substantial, the work certifies its conformity. For those of us that look: a question, an admonishment, at times a grimace of pain. It is as if the artists had consigned to posterity the nostalgia for a time to come, an appeal for perpetual consolation. Graziano Spinosi

Gli occhi di Piero

Piero della Francesca · Leggenda della Vera Croce · 1452-66

Come Prometeo sottrasse il fuoco agli dei per farne dono agli uomini, Piero carpisce uno sguardo divino e lo incarna sui volti delle sue figure, siano angeli o guerrieri, santi o flagellatori. Occhi di porcellana diffondono una fissità che pervade ogni elemento: tutti i corpi perdono peso e temperatura; krónos arresta il suo moto e kairos allenta il respiro. C’è la luce d’un dio nei paraggi, intangibile eppure palpabile. Gli occhi di Piero hanno visto troppe cose. Morirà cieco. Graziano Spinosi

As Prometheus steals gods’ fire to give it to men, Piero snatches a divine look and embodies it on the faces of  his figures, angels and warriors, saints and flagellators. Porcelain eyes spread a fixity that pervades every element: all bodies lose weight and temperature; cronos stops his motion and kairos appeases any fervour. There is a light of a god nearby, untouchable but palpable. Piero’s eyes have seen too many things. He will die blind. Graziano Spinosi

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