Dal cielo

Un affabulatore Giotto, come Dante. Ambedue hanno cantato il cielo con le sue storie, profetizzando la luce dell’Umanesimo. I secoli e i terremoti hanno corroso il cobalto e dalle crepe degli affreschi di Assisi si spande un aroma di muschio: è fragranza di minerali,  animali, angeli e demoni alati, corpi astrali, araldi dispensatori di santità – la santità è un vizio del cielo, scriveva Cioran. E Francesco, il più caparbio tra i santi, del cielo è sostanza. Benché i dipinti evochino le sue parabole antiche, pare che tutto accada in un presente ancora intatto. Graziano Spinosi

Faber

Gabriel von Max  ·  Autoritratto con scimmia  ·  1910

Eravamo figli della classe media di un paese occidentale medio, due generazioni dopo una guerra vinta, una generazione dopo una rivoluzione fallita. Non eravamo né poveri né ricchi, non rimpiangevamo l’aristocrazia, non coltivavamo sogni utopici e la democrazia ci era ormai indifferente. I nostri genitori avevano lavorato, ma mai al di fuori di uffici, scuole, poste, ospedali, amministrazioni. I nostri padri non portavano né tuta né cravatta, le nostre madri né grembiule ne tailleur. Eravamo stati educati e formati da libri, film, canzoni – dalla promessa di diventare individui. Credo che avessimo il diritto di aspettarci una vita diversa. Abbiamo studiato, abbiamo imparato a rispettare l’arte e gli artisti, ad amare l’intraprendenza che crea qualcosa di nuovo, ma anche a sognare, a passeggiare, ad apprezzare il tempo libero, a credere che tutti saremmo potuti diventare dei geni, disprezzando la stupidità, detestando come da copione la dittatura e l’ordine costituito. Ma per guadagnarci da vivere come tutti gli altri, una volta adulti, abbiamo capito che non si sarebbe mai trattato d’altro che di mettersi in riga e lavorare. Abbiamo subito la società come una promessa due volte infranta. Alcuni ci hanno fatto l’abitudine, altri non sono mai riusciti a sopportarlo. Tristan Garcia · Faber

Anonimo

Anonimo · Autoritratto a ventidue anni  · 1740 ca · Tate · London

Si potrebbe immaginare una storia dell’arte attraverso la sola rappresentazione del cielo nei secoli. O degli alberi: quieti nel Quattrocento e agitati dalla tramontana in epoca romantica. Benché lungamente costretti alla raffigurazione dei santi e delle loro bravate, gli artisti, attraverso le opere, lasciano traccia del loro tempo. Se Piero della Francesca avesse dipinto solamente gatti, nei suoi affreschi avremmo rinvenuto lo stesso resoconto sulla divina proporzione. Il modo, dunque, non l’argomento. Negli autoritratti, diversamente, l’identità del corpo è sostanziale, l’opera ne certifica la conformità. Per noi che guardiamo, una domanda, un monito, talvolta una smorfia di dolore. Come se gli autori avessero consegnato ai posteri la nostalgia di un tempo dopo il loro, la supplica di una consolazione perpetua. Graziano Spinosi

Gli occhi di Piero

Piero della Francesca · Leggenda della Vera Croce | Esumazione delle croci | Probabile autoritratto · 1452-66

Come Prometeo sottrasse il fuoco agli dei per farne dono agli uomini, Piero carpisce uno sguardo divino e lo incarna sui volti delle sue figure, siano angeli o guerrieri, santi o flagellatori. Occhi di porcellana diffondono una fissità che pervade ogni elemento: tutti i corpi perdono peso e temperatura; krónos arresta il suo moto e kairos placa l’attesa. C’è la luce d’un dio nei paraggi, intangibile eppure palpabile. Gli occhi di Piero hanno visto troppe cose. Morirà cieco. Graziano Spinosi

Nostos

Pontormo  ·  Annunciazione  (p)  ·  1527-28  ·  Chiesa di S. Felicita  ·  Cappella Capponi  ·  Firenze

Il tempo guasta la pelle dei dipinti, ossida le tinte, sgretola le mestiche: le opere d’arte mutano il loro aspetto e rivelano nuovi colori, incertezze e segreti. Non è raro che le alterazioni causate dagli anni aggiungano nuove suggestioni: le opere dell’uomo invecchiano con l’uomo, ritornano alla terra delle sinopie. Graziano Spinosi

Contrade

44.063169, 12.443557

C’è una casa che non sta bene vicino alla mia. È vecchia, i secoli l’hanno indebolita. Qualche volta si possono udire voci che escono dalle fessure dei muri e si disperdono lungo gli angoli delle contrade. Cercano riparo in un’abitazione più sicura, o sottoterra, dentro qualche grotta di tufo. Ma le altre case sono chiuse e le grotte di tufo sigillate da pesanti porte di ferro. Se un terremoto colpisse questa casa, in apparenza abbandonata, nel crollo morirebbe anche quell’incorporeo che qui dimora. Graziano Spinosi

error: Content is protected !!